Quale Unione Europea?

 

 

 

 

Gerardo Gaita

 

 

 

 

Nel parlare di Unione Europea ci eravamo lasciati qui.

Una moneta unica senza alcuna unione politica è sempre possibile, purché questa non sia espressione di un potere politico, inteso questo come potere che fa capo ad un apparato statale.

Un’unione politica invece non è possibile senza che vi sia anche alla base un processo di integrazione economica, ma un processo di integrazione economica fondato sull’estensione della pianificazione centralizzata finisce in ogni caso per nuocere al buon funzionamento della stessa unione politica.

Esiste, infatti, una verità indiscutibile: i problemi sollevati da una pianificata e centralizzata direzione degli affari economici su scala nazionale finiscono inevitabilmente per assumere dimensioni ancora maggiori quando la medesima cosa viene tentata a livello internazionale.

In altre parole, allontanandoci dal decentramento decisionale, non solo vanno ad aumentare le problematiche economiche ma anche le restrizioni sulle libertà degli individui.

In tal senso, uno Stato avente una dimensione territoriale ridotta può comportare conseguenze politiche ed economiche che possono andare nella direzione di una maggiore aderenza ai bisogni e alle libertà individuali e dunque presentarsi come organizzazioni statali più conformi a una società libera.

Una dimensione territoriale ridotta stimola il contenimento dell’imposizione tributaria, giacché una tale dimensione aumenta, in linea generale, le possibilità di trasferimento all’estero dei propri contribuenti nel caso di incrementi di questa stessa imposizione.

Per inciso, occorre ricordare che i servizi statali non essendo venduti in regime di libero mercato non sono valutabili mediante il funzionamento dei prezzi di mercato e conseguentemente, come unico altro criterio di valutazione, non resta che cercare di interpretarli per mezzo del rapporto costi di produzione-servizi offerti, con l’aiuto di ciò che esprimono i prezzi di mercato che si trovano in giro.

Inoltre, una dimensione territoriale ridotta incentiva l’integrazione internazionale nella divisione internazionale del lavoro e l’apertura della propria economia verso i mercati esterni: per un piccolo Stato, infatti, tentare di essere economicamente autarchico sarebbe impraticabile in quanto troppo costoso a causa dell’esigua grandezza del mercato interno.

Sintetizzando il tutto, si può affermare che i piccoli Stati sono tendenzialmente più liberi dei grandi perché non hanno molte alternative per essere diversamente.

Parallelamente a quanto, si può pertanto anche sostenere che più ci si avvicina alla realizzazione di un super Stato mondiale più sono i rischi di veder compresso lo spazio per una società libera, poiché venendo meno ogni concorrenza tra Stati sarebbe molto più facile per i politici procedere ad un’armonizzazione verso l’alto dell’imposizione tributaria e delle regolamentazioni, dato che i cittadini più intraprendenti e produttivi non avrebbero possibilità, nel caso si sentissero oppressi dal peso dello Stato, di spostarsi verso organizzazioni statali più ospitali nei confronti della funzione imprenditoriale.

Tuttavia, il processo di unione politica tra realtà statali diverse non è per forza segnato da un destino infausto per la società libera.

E’ possibile, infatti, un’evoluzione nella direzione di “nazioni per consenso”, vale a dire un’unione fondata su una volontà costantemente da rinnovare di farne parte e su istituzioni flessibili, poliarchiche e soprattutto federali.

Tale evoluzione è l’unica conciliabile con l’idea di società libera.

Sposando concretamente la teoria del federalismo si è in grado di porre in essere un’aggregazione di nazioni per consenso, cioè volte a garantire l’unità attraverso il rispetto delle diversità.

Per federalismo non si deve intendere quello che avviene attualmente in paesi come in Italia o in Francia dove assistiamo più che altro ad un semplice decentramento organizzativo dello Stato nazionale-centrale che serve soltanto a rafforzare il controllo del potere politico sulla realtà sociale.

Per federalismo dobbiamo invece intendere un sistema di concorrenza tra giurisdizioni indipendenti, in cui ogni ente locale è sostanzialmente autonomo riguardo al proprio finanziamento e quindi dove il decentramento decisionale esiste in un senso vero e proprio.

Un sistema del genere conduce ad un maggior rispetto delle preferenze individuali, facilita la possibilità di diversificare l’offerta pubblica a seconda dell’esigenze regionali e culturali, presenta orientativamente minori costi di produzione dei servizi pubblici, in quanto far leva unicamente o pressoché unicamente sul finanziamento locale tende a limitare lo spazio di manovra dei politici e tende a diminuire l’entità dei comportamenti parassitari.

In tal senso, il modello concreto a cui ispirarsi è quello svizzero.

La Svizzera, infatti, ha rappresentato sino ad oggi una buona prova dell’efficacia del federalismo nel contrastare la religione secolare dello statalismo.

Il sistema istituzionale svizzero si erige su tre livelli verticali, Confederazione, Cantoni e Comuni, e ogni livello è essenzialmente sovrano ed autonomo per quanto concerne la copertura della propria spesa pubblica, giacché, a parte alcuni limitati sistemi di perequazione tra Comuni e Cantoni, non vi sono rilevanti ripartizioni orizzontali.

Attraverso il federalismo si è in grado di contenere il prelievo forzoso degli apparati statali intermedi, poiché nessun ente locale ha davvero voglia di perdere i propri migliori contribuenti.

Per contenere invece il prelievo forzoso del vertice più alto dell’ordine politico federale, è necessario portare a compimento la logica del federalismo stesso concedendo ai cittadini dei vari apparati statali intermedi la possibilità di decidere se uscire o meno dalla federazione per mezzo di un voto di democrazia diretta e nel rispetto di determinate procedure.

Nel caso poi primeggiasse la volontà di uscita questa dovrà essere attuata senza andare a creare costi artificiali – come, ad esempio, tasse d’uscita.

In aggiunta, per rafforzare il federalismo, sarebbe auspicabile favorire sempre a tutti i livelli sociali l’apprendimento di una lingua ufficiale comune: in questa maniera il desiderio di trasferimento da una regione all’altra tenderebbe a rendersi più facilmente concretizzabile sia per gli individui più abbienti quanto per gli individui meno abbienti.

Un’Unione Europea che si propone di avere una sola posizione in materia di politica estera e di difesa e un minimo comune denominatore di valori interni è comunque ben sostenibile soltanto se dentro i propri confini lascia un margine decisamente evidente alla frammentazione istituzionale, evita di imporre, di norma, trasferimenti orrizontali di risorse e il diritto di exit non è un qualcosa che è in mano esclusiva delle élites politiche.

Ovviamente, non solo il diritto di exit ma anche il diritto di entrata o rientrata nell’Unione dovrebbe essere sempre deciso mediante un voto di democrazia diretta.

Tuttavia, se sul diritto di exit il voto deve coinvolgere solo i membri della comunità organizzata che si sono auto-chiamati a pronunciarsi nel merito, il diritto di entrata o rientrata dovrebbe necessariamente coinvolgere nel voto non solo chi fa richiesta di entrare o di rientrare ma anche coloro che questa entrata o rientrata dovrebbero riceverla.

Seguendo in maniera compiuta e persistente il sistema di checks and balances proprio di un ordine politico federale si tenderà a frenare sia la crescita della spesa pubblica rapportata al reddito complessivo, sia la crescita delle entrate tributarie rapportate al prodotto interno lordo.

Con altre parole, concentrando l’attenzione più sui concreti processi politici e sul sistema di incentivi effettivi che sui risultati attesi, si tenderà a frenare l’interesse più che diretto di politici e burocrati ad aumentare la spesa pubblica e con essa il loro potere discrezionale.

Se l’esperienza comune europea deve andare avanti sarebbe preferibile che lo facesse in una prospettiva di benessere diffuso e libertà individuali garantite, vale a dire evitando di soggiornare regolarmente sotto una tenda a ossigeno e di marciare sistematicamente verso lo statalismo.


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