Perché non sono così pessimista sulla politica energetica di Donald Trump

energia nucleare

Trump ha vinto le elezioni presidenziali proponendo con teatralità una politica all’insegna del nazionalismo e della discontinuità con le amministrazioni precedenti. In queste prime settimane di governo, le sue scelte sono al tempo stesso coerenti con il programma elettorale e imprevedibili. Nella comunità internazionale regnano perciò timori e incertezza su come questo grande Paese potrà cambiare e sulle conseguenze per il resto del pianeta. La nuova politica energetica americana è al centro di questo cambiamento: con che possibili conseguenze per noi europei?

In effetti l’energia è il perno su cui si basa larga parte del programma di cambiamento del nuovo Presidente, e il suo piano energetico nazionale presenta tutte le caratteristiche identitarie di questa nuova amministrazione. L’”America First Energy Plan” ha come obiettivo la piena indipendenza energetica americana, da raggiungere con una forte crescita nello sfruttamento degli idrocarburi nazionali (petrolio e gas “non convenzionale”, e carbone) che verrebbe attuata, da un lato, attraverso la deregolamentazione (semplificando le autorizzazioni all’esplorazione e al trasporto del petrolio e del gas, e ponendo fine agli incentivi alle rinnovabili) e, dall’altro lato, con una politica fiscale che favorisca lo sfruttamento degli idrocarburi americani rispetto a quelli di importazione. Il piano prevede che questi nuovi idrocarburi creeranno 50.000 miliardi di dollari di valore, dal quale si conta di ottenere un gigantesco gettito fiscale che verrà utilizzato per realizzare nuove infrastrutture pubbliche e nuova occupazione. Ovvio che la realizzazione di questa politica ridurrà i vincoli e i legami storici con i paesi dell’area OPEC e avrà importanti ripercussioni di politica internazionale.

Anche sull’ambiente il piano energetico di Trump è nazionalista e unilaterale: viene infatti disconosciuto il cambiamento climatico e la tutela ambientale è quindi presentata come un’esigenza di natura locale (riassunta nello slogan “acqua e aria pulita”). Questo potrebbe portare gli Stati Uniti a uscire dall’accordo di Parigi sul clima e ad abbandonare ogni impegno di riduzione delle emissioni di CO2. Dalle parole del programma elettorale, Trump ha già iniziato a passare ai fatti nominando due petrolieri rispettivamente come segretario di stato e come presidente dell’ente nazionale di protezione ambientale, e sbloccando la costruzione di due enormi e contestati oleodotti, che favoriranno lo sfruttamento di nuove risorse di petrolio da scisti bituminose.

In attesa di capire come e in che misura queste politiche si tradurranno in nuove azioni concrete, sembra certo che avranno un impatto anche per noi europei. Che sull’energia siamo molto più vulnerabili degli americani: perché non possiamo renderci autonomi dall’importazione di idrocarburi e perché non riusciamo ad esprimere una politica (anche energetica) unica a sostegno della nostra società, che fronteggi ad esempio quella dell’OPEC sul petrolio o quella russa sul gas. A ciò si aggiunga che senza la condivisione degli Stati Uniti (e della Cina, l’altro grande inquinatore) non saremmo in grado di affrontare la decisiva lotta al cambiamento climatico.

Ci sono però tre buone ragioni per non essere così pessimisti.

La prima è che gli Stati Uniti sono un grande mercato competitivo, nel quale le scelte sono guidate anzitutto dall’innovazione e dalle decisioni di imprese e consumatori. Un Paese in cui la politica svolge un ruolo di indirizzo ma non può impedire alle forze del libero mercato di operare. E nell’energia queste forze hanno realizzato negli ultimi dieci anni la rivoluzione dello shale oil/gas, che ha consentito di abbattere il prezzo del petrolio sui mercati internazionali e quello del gas sul mercato americano. Questo ha anche spinto a sostituire il gas al carbone nella produzione di elettricità statunitense, e a ridurre così drasticamente le emissioni di CO2 e di polveri in atmosfera. Nonostante quello che possa fare Trump al riguardo (ad esempio rinunciando a introdurre una carbon tax), è dunque oggi difficile pensare a un ritorno al passato per il carbone, semplicemente perché negli Stati Uniti è diventato antieconomico.

La seconda ragione è che, ancora grazie alle forze del libero mercato, si stanno sviluppando in questi anni nuove tecnologie che consentiranno sempre più a tutti noi di produrre e di utilizzare l’energia in modo molto più “intelligente” e di liberarci, progressivamente, dagli idrocarburi: dalle pellicole fotovoltaiche in grado di adattarsi a qualsiasi superficie, alle auto elettriche senza guidatore, alle applicazioni dell’IOT (internet delle cose) e delle batterie intelligenti per azzerare gli sprechi di energia. Tecnologie che rispondono ad una ormai inarrestabile sensibilità ambientale dei consumatori e che vengono in larga parte sviluppate proprio negli Stati Uniti, in particolare in California e negli stati del New England, dove l’innovazione tecnologica si coniuga con una forte attenzione all’ambiente anche attraverso politiche pubbliche di sostegno.

La terza ragione è che le stesse politiche di Trump potrebbero finire con l’aiutare l’Europa a disporre di un’energia meno cara e più pulita: uno stimolo a nuove produzioni di shale gas potrà infatti consentire agli Stati Uniti di diventare un esportatore di gas a basso costo verso l’Europa, spiazzando così anche da noi il più inquinante carbone, ancora largamente utilizzato nella nostra produzione elettrica.

Se quindi è certo che l’era Trump porterà anche nel campo dell’energia discontinuità e incertezza, probabilmente non dovremo preoccuparci delle conseguenze in termini di prezzi e di disponibilità di energia. Sia perché il mercato continuerà a lavorare per noi sia perché alcune decisioni potrebbero finire per darci una mano.

Il punto cruciale che resta da scoprire è invece se “la superpotenza americana” dell’era Trump adotterà effettivamente, nell’energia e nelle altre politiche-chiave, un approccio unilaterale e isolazionista. Proprio in un secolo in cui le grandi sfide globali del cambiamento climatico, della crescita, dell’immigrazione e del terrorismo richiedono invece il dialogo e la condivisione multilaterale. Una minaccia questa per tutto il pianeta, in particolare per un’Europa debole e disunita.

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Author: Gianfilippo Mancini richiedi consulenza

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