McGetrick: il design del futuro dev’essere politico (e preparare una vita migliore alle persone)


McGetrick: il design del futuro dev’essere politico (e preparare una vita migliore alle persone)

Brendan McGetrick, newyorkese, è un personaggio singolare. Scrittore, giornalista, una volta si sarebbe detto “agitatore culturale”, giramondo, da alcuni anni fa il curatore di esibizioni piuttosto trasversali. Ha collaborato con il dissidente cinese Ai Weiwei e col padiglione russo alla Biennale di Venezia. Sta lavorando con il London Design Museum e a Dubai, dove l’ho incontrato, ha firmato una mostra decisamente particolare: il Global Graduate Show, un’esibizione giunta alla seconda edizione dei migliori progetti di design, architettura e tecnologia da una cinquantina di prestigiosi istituti e università da 30 Paesi del mondo. Si tratta in buona parte dei lavori con cui gli studenti si sono laureati. Danno quindi il polso di cosa si muove ai quattro angoli del globo in quel complicato territorio meticcio che è il disegno industriale. Il tutto nel contesto della Dubai Design Week, una settimana (dal 23 al 29 ottobre) in cui l’emirato arabo ha messo in mostra una delle tante strategie con cui sta costruendo l’identità con cui proiettarsi nel mondo, oltre lo sfarzo, i grattacieli della Marina o di Downtown e, ça va sans dire, il petrolio. Con McGetrick ho parlato di design: cos’è, a cosa serve, perché lo considera sinonimo di innovazione tecnologica.

Cosa ci dicono i progetti che hai selezionato sul nostro futuro?
“Ci dicono anzitutto che c’è bisogno di più design. E non nel senso per cui spesso questo settore è considerato. Piuttosto come disciplina risolutrice: ci sono molti molti problemi che richiedono una soluzione che passa proprio dal design. Un esempio: nella mostra c’è una cucina pensata per persone con un braccio solo. Di cucine se ne disegnano a migliaia, di persone senza un braccio ce ne sono milioni eppure i due temi non si toccano. Ecco dove deve intervenire il design: nei temi da risolvere e nei territori in difficoltà”.
C’è bisogno di più design per risolvere i problemi delle persone
Potremmo dire che nel corso dei decenni il design ha cambiato pelle: dal mondo della moda si è fatto potente strumento etico e politico.
“Il genere di progetti in mostra al Global Graduate Show non consiste in versioni diverse o migliori di prodotti già esistenti ma tenta di introdurre e inventare nuove categorie. In questo senso è un design politico, dà nuove possibilità alle persone. Che siano di comunicazione, d’uso o di concetto. Se consideriamo che il senso massimo della politica dovrebbe essere preparare una vita migliore alle persone e ai cittadini, allora questi progetti sono progetti politici. Anche quelli più piccoli, pensa alla mappa in crowdsourcing per chi è sulla sedia a rotelle”.
In questo senso il design si unisce alla missione odierna della tecnologia.
“Credo, almeno per me, che i due temi si sovrappongano. Non mi interessa se lo chiami design o tecnologia, condividono buona parte dello stesso processo”.
Tecnologia e design sono sinonimi, condividono gli stessi percorsi
Chi è stato a celebrare questo sodalizio e a sposare i due mondi? Steve Jobs? O magari qualche designer italiano degli anni Settanta?
“Domanda estremamente interessante. Credo che questo ruolo ce l’abbia avuto la Silicon Valley. I designer hanno iniziato a dover pensare non solo a come produrre un prodotto migliore ma appunto un prodotto del tutto diverso, che inaugurasse nuove categorie. Hanno dunque iniziato a lanciarsi oltre l’oggetto fisico, verso quell’approccio di soluzione dei problemi che dicevamo. Anche i designer italiani hanno previsto qualcosa del genere, così come tutto il movimento architettonico modernista. Ma ciò che sta accadendo in questi anni, con tante specializzazioni che devono lavorare insieme, è unico”.
Qual è il senso di aver organizzato una simile esposizione proprio a Dubai?
“Per un paio di ragioni almeno. La prima e la più importante è che nei centri più noti del design, da New York a Milano passando per Londra, sarebbe stato davvero molto difficile organizzare una mostra del genere. La causa è nei visti, costosi e complessi da richiedere, e nella difficoltà di ottenerli per numerosi studenti che ho invitato, che altrove sarebbero stati non così graditi. Basti pensare che è stato complicato ottenere anche diversi visti di transito verso Dubai”.

Una riflessione davvero curiosa: ci troviamo in una federazione di monarchie assolute ma in un certo senso si tratta di un porto franco per questo genere di iniziative. Non per salvare i tanti aspetti deprecabili degli Emirati Arabi come le condizioni di lavoro di migliaia di persone, ma la ragione che hai addotto fa impressione.
“Il contributo principale di Dubai è quello di essere un punto d’incontro. Un luogo in cui generalmente si è benvenuti da ogni parte del mondo. Ho invitato persone dall’Africa, dal Sudamerica o dal Sudest Asiatico e non hanno avuto problemi, si sentono in un territorio neutrale. Dubai non è ancora una capitale del design ma ci stanno lavorando con investimenti pesanti e la strada è aperta, c’è più flessibilità anche in termini di ciò che si può proporre”.
Bisogna essere umili: idee oggi insensate potrebbero esplodere al mutare delle condizioni
Quali sono le tue impressioni sui progetti selezionati? Come sempre il design partorisce progetti geniali così come prototipi di cui è complesso capire il futuro e in qualche modo anche l’utilità.
“Ti dirò una cosa. Ciò che è interessante nel curare un’esposizione è proprio che non devi mai porti domande del genere. Puoi infischiartene. Devi solo identificare un’idea, è la libertà del curatore ma anche la sua umiltà: non puoi sapere oggi cosa esploderà domani. Devi scommettere sull’intuito altrui. Bella sfida”.

Uno dei temi principali del design di oggi, che trova enorme spazio anche nel Global Graduate Show, è quello della reazione alle emergenze, per esempio quella dei rifugiati, delle migrazioni, delle fasce deboli della popolazione. Hai voluto metterli in evidenza?
“No. Tutto è accaduto da sé, certi argomenti escono da soli quando chiedi ai designer, specie giovani, di condividere le loro migliori idee. Alcuni loro progetti mi hanno davvero sorpreso nonostante le premesse positive, anche dei più giovani. Per esempio quelli che si occupano degli anziani o della salute. Una grande sensibilità”.
SIMONE COSIMI
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