L’amore è una relazione economica


L’amore è una relazione economica

L’impressione che l’amore seguisse un po’ le regole del mercato l’ho sempre avuta, sin dal liceo. Leggere i romanzi di Houellebecq e i alcuni saggi della scuola di Francoforte mi hanno confermato quell’impressione – anche se, come tutte le generalizzazioni, non è una cosa sempre e necessariamente vera.
Ma cosa intendo di preciso quando dico che le relazioni umane hanno la stessa struttura del consumismo?
È molto semplice: spesso scegliamo il nostro partner con gli stessi criteri con cui scegliamo un prodotto. Parallelamente, ciò che ci spinge a sceglierlo è la pubblicità che ne esalta certe funzioni (o qualità) e detta determinati valori.
Lo so, la cosa può sembrare brutale. E quando ne parlo risulta irritante per chi mi ascolta, tanto che prende le distanze da ciò che dico, quasi non gli riguardasse e, quando non liquida la faccenda, ascolta facendo di no con la testa, come se la cosa riguardasse il resto del mondo senza sfiorarlo.
Proprio per questo voglio farti una domanda.
Ti è mai capitato di pensare una di queste frasi?
–        Non è alla mia altezza
–        Non sono alla sua altezza
–        Non ha quello che cerco
–        Posso avere di meglio  
–        Gli manca qualcosa
–        Non ho nulla che gli possa interessare
     –        Non ho niente che mi renda attraente
Se è così, ti faccio notare che tutte queste espressioni (così come mille altre simili) si basano sulla presupposizione che una relazione sia molto simile ad un contratto, in cui ogni parte cerca di ottenere il massimo, vendendo al meglio ciò che possiede.
Ti faccio qualche esempio semplicissimo.
“Non è alla mia altezza” potrebbe diventare “Questo cellulare non ha il design che si adatta al mio stile”.
“Non è quello che cerco” potrebbe essere “Ok, la macchina è bella ma le mancano alcune funzioni fondamentali”.
Allo stesso modo “Non ho nulla che gli possa interessare” non differisce tanto dal professionista triste che dice “Perché tra tanti dovrebbe dare il lavoro a me?”
Volendo scomodare Erich Fromm, si può dire che tutte queste espressioni si basano sulla modalità “avere”, ovvero si focalizzano su ciò che possiede la persona piuttosto che su ciò che la persona è.
Nei prossimi paragrafi tratterò nei dettagli questa – chiamiamola così! – cattiva abitudine. A differenza di tanti altri, questo non è un post brevissimo, quindi ti consiglio di prenderti un po’ di tempo per leggerlo e di portare la tua attenzione su quanto ti riconosci o riconosci ciò che ti circonda. Non perché devi riconoscerti per forza (magari sei una persona che non ha niente a che fare con tutto questo), ma perché è il modo per comprendere al meglio ciò che voglio dire.
 
Introduzione – Da esseri umani a consumatori
Sino agli inizi del ‘900 una delle prime forme di socializzazione dei bambini erano le storie. Quelle raccontate dai genitori, così dai nonni, che si trascinavano dietro la tradizione dei popoli antichi che la notte si riunivano attorno al fuoco per raccontare le avventure di esseri mitologici. Queste storie (il più delle volte con un forte messaggio morale) avevano un unico scopo: offrire a chi le ascoltava degli insegnamenti. Per voler essere tecnici: erano delle forme di socializzazione, che trasferivano ai bambini codici sul comportamento e sui valori.
Con l’avvento del capitalismo e, soprattutto,  con la pubblicità, le storie sono diventate degli strumenti per vendere i prodotti. Il loro scopo non è stato più quello di socializzare l’uomo, ma renderlo un buon consumatore. Questo non riguarda solo la pubblicità, ma anche i programmi televisivi, le fiction così come i film, così come molti articoli di giornali e riviste. Infatti cosa hanno tutti questi prodotti in comune?
Il loro scopo è quello di vendere spazi pubblicitari alle ditte produttrici.
Questa introduzione è necessaria per farti comprendere una cosa fondamentale: la logica del consumo è un elemento al quale veniamo educati sin dalla più tenera età e dalla quale non è possibile sottrarsi (a meno che tu non sia cresciuto in un monastero senza alcun contatto col mondo esterno), tuttalpiù ci si può immunizzare.
L’infanzia
Sin da quando siamo in fasce a quando poi cominciamo a frequentare l’asilo e poi le elementari, accade che veniamo in contatto con due valori fondamentali:
–        Essere belli
–        Essere buoni
Nel linguaggio semplicistico con cui si parla ad un bambino i genitori (così come gli adulti in genere) sottolineano costantemente che è importantissimo essere belli e buoni, senza mai specificare cosa significa.
Bello, il più delle volte, fa riferimento alla bellezza fisica. Buono, invece, all’educazione, alla gentilezza; più in generale: all’ubbidire ai genitori.
Questi due valori, col crescere, si trasformeranno in queste due convinzioni:
– E’ importante essere belli (dove bellezza fa riferimento al modello di riferimento – vedremo più avanti cos’è)
– E’ importante ubbidire a determinate regole sociali (dove anche in questo caso le regole non fanno necessariamente riferimento all’intera società, ma al modello di riferimento).
L’adolescenza
Durante gli anni dell’adolescenza (per essere precisi già dalla scuola media) i modelli di bellezza e di bontà cominciano a delinearsi. Sino a quel momento le uniche influenze erano gli adulti di riferimento (genitori e insegnanti), la televisione aveva un ruolo marginale nella misura in cui (volendo continuare la trattazione in modo generico) i programmi che vengono visti sono quelli esplicitamente per bambini. Dopo questa fase, però, ecco che gli adulti smettono di diventare il modello di riferimento, per essere sostituiti dai propri pari (compagni di scuola, di palestra, ecc); allo stesso tempo cominciano ad avere un maggiore controllo sui mezzi di comunicazione di massa (giornali, internet, televisione), con una maggiore esposizione ai valori che questi trattano.
Tutto ciò equivale ad una vera e propria forma di educazione alternativa alla scuola, nella quale i valori non vengono trasferiti attraverso l’insegnamento (quindi in modo diretto) ma proprio attraverso il racconto di storie. Storie che emozionano, che spingono chi le ascolta o le vede a riconoscersi e, proprio per questo, sono estremamente più pervasive degli insegnamenti scolastici.
In questo periodo l’adolescente comincia a delineare il proprio modello sociale di riferimento.
Il modello sociale di riferimento e la logica del consumo
Spesso quando affermo che siamo tutti soggetti al consumismo, mi vengono dette frasi del genere: “Io no. Tanto per farti un esempio non comprerei mai un I-Phone, anzi, anche quando faccio la spesa acquisto sempre è solo prodotti equo-solidali”.
Espressioni come queste mi fanno sorridere perché dimostrano una certa ingenuità: si crede infatti che la logica del consumo sia legata a ciò che acquista la maggior parte delle persone. Se anche tu credi questo, mi spiace darti la cattiva notizia, non è così.
La logica nel consumo consiste nell’attribuire un significato (molto spesso un valore positivo) ad un oggetto.
Ad esempio, i valori connessi all’i-phone hanno a che fare con l’essere alla moda, moderni, efficaci, all’avanguardia. Allo stesso modo, i valori connessi alla cioccolata equo-solidale sono connessi all’essere altruisti, informati, attenti ai bisogni altrui.
Acquistando quei prodotti non si acquistano solo delle merci, ma anche la sensazione di possedere i loro valori. Allo stesso modo, le merci diventano una forma di comunicazione non verbale per esprimere alle persone con cui entriamo in relazione di essere delle persone che detengono quei valori.
Questo, che possiamo definire un modello comportamentale standard (insomma, ce l’hanno tutti – chi più e chi meno) è legato al proprio modello sociale di riferimento.
Con modello sociale di riferimento voglio intendere quel nucleo di persone che rappresentano per ognuno di noi la porzione di società nella quale ci riconosciamo e nella quale vogliamo avere a che fare. Potrebbe essere in relazione col ceto, con la classe politica di appartenenza, con la religione praticata, ecc… così come può essere dato dall’intreccio di più di questi “cerchi”.
Così, tanto per fare un esempio banale, uno status elevato per alcune persone può essere guadagnare tantissimo, per altre invece avere un ruolo di leadership all’interno di un associazione umanitaria. Ciò che ti fa determinare quale tra queste due sia lo status più elevato non ha base oggettiva, ma ha a che fare con i valori che hai fatto tuoi negli anni.
Le relazioni sentimentali
So che ho affrontato il discorso partendo da lontano, ma era fondamentale per arrivare a questo punto e chiarirti come ciò ha una ripercussione anche sul modo in cui ci relazioniamo alle altre persone e, di conseguenza, su come scegliamo il nostro partner.
Ogni essere umano, per ciò che è e per ciò che fa, esprime determinati valori. Con questo non voglio dire che li possiede ma che semplicemente li comunica. Così in base al nostro modello sociale di riferimento, ai nostri aspetti caratteriali, e ai nostri valori “ci guardiamo in giro” alla ricerca del partner ideale.
Pensa semplicemente all’abitudine nel domandare: “Come deve essere il tuo partner ideale?”
La risposta che diamo è più o meno una sorta di lista della spesa, una cosa del tipo: “Deve essere simpatico, dolce, intelligente…” Insomma, facciamo riferimento a qualità che deve “avere”.
Ora potrei far riferimento a modo in cui comunichiamo i valori, come vengono riconosciuti, come spesso ci ingannano, ma onestamente il post diventerebbe troppo lungo. Ciò che mi preme davvero affrontare è: come questo modo di fare si riversa sulle nostre relazioni sentimentali?
Tra le peculiarità delle relazioni del nostro tempo ci sono:
La brevità
La sensazione di essere relazioni transitorie
L’essere connotate dalla paura dell’impegno(più per gli uomini)
L’essere connotate dall’ossessioneper una conferma di impegno (più per le donne)
A volte sono connotate dall’accontentarsi (spesso perché si ritiene di non poter “permettersi” di meglio). Questo perché alla base di questo tipo di rapporti c’è quello che Yann Dell’Aglio ha definito capitale sentimentale.
Il capitale sentimentale
Per capitale sentimentale Dell’Aglio intende tutti quegli elementi della persona (qualità fisiche, emotive, sociali, intellettuali, economiche) con i quali può “acquistare” una relazione. Come nel mercato, maggiore è il proprio capitale sentimentale, maggiori sono i tipi di relazioni che ci si può permettere, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
Per qualitativo intendo sempre dal punto di vista del capitale sentimentale. Quindi chi ha un capitale sentimentale pari a dieci potrà permettersi delle relazioni con persone con capitale identico, mentre chi ha un capitale sentimentale pari a cinque non verrà neppure considerato da chi ha un capitale di dieci.
Ovviamente ognuno di noi attribuirà maggiore o minore capitale in base al gruppo sociale di riferimento. È un po’ come quando si passa da uno stato all’altro e si cambia la propria moneta in valuta corrente, ciò comporta la perdita o l’acquisto di valore.
Così un ragazzo mingherlino con gli occhiali, che lavora in una azienda di videogiochi ed è appassionato di fumetti, avrà un capitale sentimentale alto per chi condivide il suo mondo. Ma se frequenta un’ambiente formato da avvocati ai loro occhi il capitale sarà molto più basso.
Una via di fuga è possibile
La domanda a questo punto sorge spontanea: com’è possibile uscire fuori da questo modalità?
Il primo passo è quello di riconoscere in che misura siamo soggetti a questa modalità. In secondo luogo ci sono una serie di passi che è possibile fare per disimparare quando modo di relazionarsi. Alcuni di questi sono davvero complessi da spiegare tramite blog, per fortuna ce ne sono altri che puoi iniziare a fare anche da solo e che voglio subito segnarti.
1) Invece di pensare alle qualità che vuoi nel tuo partner ideale, concentrati su che tipo di esperienze vuoi vivere. Dire “Voglio una persona intelligente” non significa nulla, ben diverso è dire “Col mio partner mi piacerebbe leggere dei libri e poi parlarne insieme, confrontandoci sul modo diverso in cui li abbiamo compresi”. In questo modo impari a focalizzarti sul tipo di condivisione che cerchi.
2)    Domandati cosa guadagni. Spesso scegliamo il partner in base all’impatto che avrà sul nostro mondo sociale, quindi su quali emozioni susciterà nei tuoi genitori, nei tuoi amici, nei tuoi colleghi. Quindi chiediti: “Cosa guadagno a stare con questa persona?” Attenzione però: spesso abbiamo valori negativi. Ovvero per noi è importante magari essere maltrattati, oppure essere visti come cattivi. Quindi una volta che ti sei reso conto di questo, chiediti: “Questa è quell’unica persona che mi porterei su un’isola deserta?”
3)    Smettila di indentificarti. Ogni volta che ti identifichi ti attribuisci un capitale sentimentale e, per forza di cose, agisci di conseguenza. L’unico modo con cui puoi identificarti e col tuo nome e cognome. Tutto il resto sono solo limiti che imponi.
4)    Non progettare. Ogni volta che inizi una relazioni e cominci a pensare come sarà, cosa potete fare insieme, se starete ancora insieme di lì ad un anno, renditi conto che è come se stessi valutando un investimento per capire se è redditizio o meno. Una relazione, soprattutto all’inizio, dovrebbe essere connotato solo dalla gioia di stare insieme, per questo cerca di restare nel presente, di goderti quei momenti. Posso capire che a volte, specialmente quando si ha qualcosa di bello, si teme di perderlo, ma se fai in modo che quel qualcosa di bello sia connotato dalla paura in realtà lo stai già perdendo. I progetti arriveranno in un secondo momento, ma almeno prenditi del tempo unicamente per vivere la relazione, senza pensare al domani, limitandoti a vivere giorno per giorno.
So bene che questa trattazione non è esaustiva e che ha parecchie lacune, ma come ho detto questo è un articolo e credo che a questo punto ho scritto sin troppe parole. Spero che questo post ti abbia interessato, se è così sarebbe bello se tu lo condividessi con le persone che ti sono vicine, potrebbe essere interessante anche per loro.
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