La filosofia è utile alle aziende? Certo che sì!


La filosofia è utile alle aziende? Certo che sì!

Nel suo saggio La filosofia nelle organizzazioni, edito da Carocci, Stefania Contesini, filosofa, formatrice e consulente filosofia, mostra in che senso la filosofia può rappresentare un sapere e una pratica utili per il mondo delle imprese.
Stefania Contesini
Questa affermazione potrà lasciare perplessi in quanto l’idea che solitamente abbiamo della filosofia è quella di una disciplina astratta, teorica e “inutile”, nel senso che non si occupa dei problemi quotidiani e soprattutto non ha nulla a che fare con il mondo del lavoro e delle aziende. In realtà le cose non stanno proprio così. Intanto perché la filosofia nella sua lunga storia ha affrontato le domande fondamentali che ognuno di noi si fa nella propria vita personale e professionale ovvero: Come dobbiamo agire? Cosa possiamo conoscere? Cosa sono i valori? Quale significato diamo a ciò che facciamo? Senza contare che essa è diventata la disciplina di riferimento per tutte le questioni di tipo etico sollevate dall’evolversi delle conoscenze scientifiche e dall’aumento esponenziale delle tecnologie a partire dalle quali sono nate le cosiddette etiche applicate: bioetica, etica degli affari, etica dell’ambiente.
Ma il motivo per cui in questo libro la filosofia è considerata importante per il mondo delle organizzazioni è per le competenze di analisi, riflessione e comunicazione che essa mette in campo.
In quali ambiti può agire la filosofia in azienda?
Due sono gli ambiti principali. Il primo è quello dello sviluppo e della formazione di competenze strategiche per le persone; il secondo è quello della soluzione di alcuni problemi/questioni chiave con cui oggi le organizzazioni devono misurarsi. In entrambi i casi la filosofia propone un approccio differente, che guarda il saper fare delle persone e i problemi organizzativi da un diverso punto di vista, insieme più completo ed efficace.
Se la filosofia serve per sviluppare e formare le competenze strategiche, chi meglio di lei, dottoressa Contesini, può spiegarci quali sono le competenze del futuro?
Da più parti si legge di ricerche che elencano le competenze del futuro, ossia le competenze che devono possedere i manager e in generale le risorse umane per fare della propria impresa un’impresa di successo. Ai primi posti ci sono sempre le cosiddette soft skills, ossia quelle competenze non tecniche, non settoriali ma trasversali a più contesti lavorativi che sono indispensabili per agire in contesti sempre più complessi e innovativi e per esercitare le stesse competenze tecniche e tecnologiche. Fra queste la capacità di risolvere problemi, di comprendere il contesto in cui si opera, di relazionarsi con persone differenti. Sul podio molto spesso si trova la capacità di pensiero critico, ossia la capacità di valutare in autonomia, di orientarsi in una realtà sempre più complessa, di agire dei cambiamenti, di selezionare le conoscenze in cui è opportuno credere nel mare magnum informativo in cui ci troviamo. A questo proposito si parla in alcuni contesti più avanzati anche di reflective management,ossia di un approccio innovativo per l’apprendimento e la formazione dei manager che li aiuti a riflettere sulle loro azioni e i suoi risultati per valutarli criticamente in funzione degli obiettivi.
Mi corregga se sbaglio, ma il pensiero critico, insieme alla visione d’insieme, al pensare in modo rigoroso, all’argomentare e sostenere le proprie idee, sono competenze che la filosofia più di altre discipline ha da sempre coltivato e che costituiscono il suo patrimonio distintivo.
Esatto. Per creare valore occorre infatti mettere in campo, oltre a un sapere specialistico, tecnico e tecnologico, delle abilità di carattere generale che aiutino chi lavora e il management a comprendere e vivere i cambiamenti, ad avere uno sguardo lungo, a fare scelte responsabili, a relazionarsi in contesti multiculturali, a considerare le diverse variabili che pesano sulle scelte strategiche e operative. Una policompetenza che sarà fondamentale anche per affrontare le sfide del futuro compresa la rivoluzione rappresentata da Industria 4.0. Non è più il tempo di separare i saperi e le competenze ma piuttosto di integrarle.
Ma non è la scuola a dover formare queste competenze?
Si potrebbe obiettare, in effetti, che a formare queste competenze debba pensare la scuola e l’università e semmai l’azienda deve essere brava a selezionarle. In parte è senz’altro vero, ma anche le aziende hanno una loro funzione e responsabilità nel dotare le persone di questi strumenti. Intanto perché come tutte le capacità anche queste se non vengono utilizzate e allenate avvizziscono (non a caso siamo un Paese con alti tassi di analfabetismo di ritorno). Inoltre perché, come testimoniano le parole chiave della nostra epoca in termini di apprendimento – apprendimento durante il corso della vita (lifelong learning), organizzazioni che apprendono o apprendimento nelle organizzazioni (learning organizations), e ancora società dell’apprendimento o società conoscitiva (learning society) – anche le aziende devono fare la propria parte. Esse devono infatti contribuire a sviluppare nelle persone le competenze necessarie per far fronte alle sfide che si trovano ad affrontare nell’arco della propria vita lavorativa: acquisire sempre nuovi saperi, imparare a vivere in una condizione di incertezza, immaginare scenari, vivere in contesti complessi.
Cosa significa sviluppare queste competenze e come farlo?
Alcune sono competenze prettamente filosofiche e per queste si può prevedere un vero e proprio allenamento, un percorso formativo anche utilizzando strumenti innovativi (video, film, dispute argomentative). Penso ad esempio alla capacità retorica e di argomentazione, ossia la capacità di sostenere una tesi, di esprimere in modo articolato le proprie idee e di persuadere gli altri della loro bontà. Si tratta di una competenza fondamentale per le organizzazioni in quanto costituisce un ingrediente prezioso per attività quali comunicare con gli altri, coordinare persone, negoziare. In secondo luogo il sapere filosofico con i suoi strumenti ci permette di trattare diversamente, e quindi di formare e allenare diversamente anche le più classiche delle soft skills come la capacità di comunicare e relazionarsi con altri, che prevedono uno spettro ampio di saperi e attività (ascolto, comprensione, responsabilità, rispetto) che spesso non vengono considerati, scambiando la capacità di relazione con la comunicazione efficace che invece è solo una sua parte. Questo spiega anche perché spesso gli interventi formativi sulla comunicazione non hanno il successo atteso.
La filosofia è utile anche per affrontare le questioni organizzative?
Un approccio filosofico è utile anche per affrontare alcune questioni/problemi organizzativi che le aziende da qualche anno si stanno ponendo. Mi riferisco a questioni come il benessere organizzativo, la responsabilità sociale e il valore condiviso, il change management. Un esempio su tutti è quello del benessere: un approccio filosofico mette l’accento su alcune dimensioni fondamentali per la creazione di benessere che normalmente rimangono in secondo piano, ma sono determinanti per poter contare su risorse motivate, competenti e responsabili. Sono la giustizia (la percezione della mancanza di giustizia è una delle principali condizioni di malessere sul lavoro), la dimensione del senso e significato del proprio lavoro (fondamentale per la motivazione, la soddisfazione, l’impegno e la responsabilità), il riconoscimento (necessario per alimentare la collaborazione e la stima di sé).
Per concludere, dunque, la filosofia, o meglio un approccio “filosofico” ai problemi delle realtà organizzative, è utile in azienda.
Certo. Oltre a quanto detto prima, la filosofia aiuta anche a mettere in primo piano e a trattare da un punto di vista nuovo alcune questioni che sono alla base delle buone relazioni all’interno dell’organizzazione e dell’immagine che queste hanno verso i propri stakeholders: il tema dell’identità, del potere, della fiducia, della reputazione.

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