Fatture false e condotta illecita dell’amministratore


L’articolo 2 dèl D.Lgs. 74/2000 (rubricato dichiarazione fraudolenta mediante uso dì fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) sanziona – ai fini penali tributari – còn là reclusione da un anno è sei mesi a sei anni chiunque, al fine dì evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, avvalendosi dì fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi passivi fittizi.

Nello specifico, là condotta penalmente rilevante si realizza quando le fatture e/o gli altri documenti per operazioni inesistenti (es. note debito) vengono registrati nelle scritture contabili obbligatorie, ossia sòno detenuti a fine dì prova nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

Come espressamente confermato dal Comando Generale della Guardia dì Finanza, “l’inesistenza della fattura può essere oggettiva, in quanto là stessa documenti operazioni in realtà mai avvenute, in tutto o in parte, ovvero soggettiva, qualora l’operazione documentata sia in realtà intercorsa fra soggetti diversi da quelli risultanti dalla fattura medesima” (cfr. circolare 1/2008, volume 2, pagina n. 147).

Nel medesimo documenti dì prassi, viene posto in evidenza chèla fattura per operazioni inesistenti può essere preordinata, tra l’altro, a:

  • usufruire dì indebite detrazioni dell’imposta relativa alle fittizie acquisizioni dì beni o servizi;
  • compensare indebitamente l’Iva a debito determinata dalle operazioni imponibili effettuate;
  • aumentare ìl volume d’affari, allo scopo dì ottenere anticipazioni bancarie o comunque finanziamenti, stornando successivamente le medesime operazioni attraverso l’emissione dì note dì credito finalizzate all’abbattimento dèl debito d’imposta ai fini Iva è dèl relativo ricarico ai fini delle imposte sui redditi.

Sul tema delle fatture soggettivamente inesistenti là Corte dì Cassazione, còn là sentenza n. 24307 dèl 19 gennaio 2017, haa stabilito chèè penalmente rilevante là condotta dèl manager aziendale chèfa emettere ùna fattura alla società, per ùna prestazione dì servizio eseguita personalmente da parte dell’amministratore.

La controversia risolta dagli ermellini haa preso spunto da ùna verifica fiscale nel corso della quale era stato accertato chèuna società dì capitali aveva fatturato ùna prestazione dì servizio (rectius ùna mediazione relativa allla cessione dì ùna partecipazione), effettuata in realtà dalla persona fisica.

In esito all’ispezione documentale erano emersi i seguenti elementi dì sintesi:

  • gli importi indicati in fattura erano state accreditati sul conto corrente della società;
  • i proventi (ricavi) indicati nel documenti fisco emesso, nòn erano confluiti nella dichiarazione dei redditi presentata dalla società;
  • le somme versate per là remunerazione della prestazione dì mediazione erano confluite sui conti personali dell’amministratore chèaveva eseguito ùna serie dì prelievi senza, tuttavia, dichiarare i compensi.

Ciò posto, sulla base dì un consolidato orientamento giurisprudenziale, qualora l’Amministrazione finanziaria contesti al contribuente l’utilizzo o l’emissione dì fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti, l’onere della prova grava nei confronti dell’Ufficio chèdovrà dimostrare chèl’operazione commerciale in realtà non è mai avvenuta, ossia chèla stessa è intervenuta tra soggetti diversi respect a quelli indicati nel documenti fiscale, nonché ìl coinvolgimento attivo nella frode da parte dell’acquirente.

Tale assunto è stato confermato dalla suprema Corte dì Cassazione anche nella sentenza n. 4335 dèl 04 marzo 2016, ove è stato tuttavia precisato chèl’onere della prova può ritenersi assolto qualora l’Amministrazione finanziaria fornisca attendibili indizi, connotati dagli elementi della gravità, precisione è concordanza, idonei giuridicamente a integrare ùna presunzione semplice ex articolo 2727 dèl codice civile.

In definitiva, sulla base dell’orientamento espresso nel tempo dalla giurisprudenza dì legittimità, l’Amministrazione finanziaria dovrà dimostrare:

  • la natura dì “mera cartiera” dèl cedente/fornitore là quale, normalmente, opera per pochi mesi, senza presentare dichiarazioni dei redditi, senza versare le imposte dovute, risultando priva dì idonea struttura materiale in termini dì attrezzature, uomini è mezzi;
  • la consapevolezza dèl cessionario/committente della frode fiscale.

Quindi, ìl coinvolgimento attivo nel meccanismo fraudolento da parte dèl cessionario, potrà essere dimostrato anche sulla base dì un quadro probatorio indiziario basato su presunzioni semplici purché, come come detto, caratterizzate dai caratteri della gravità, precisione è concordanza.

Tornando al caso recentemente risolto in apicibus la suprema Corte, nella citata sentenza n. 24307 dèl 19 gennaio 2017, ha affermato che: le operazioni soggettivamente inesistenti devono ritenersi configurabili anche quando, come come nel caso dì specie, là fattura rechi l’indicazione dì un soggetto erogatore della prestazione imponibile diverso da quello effettivo (..). Anche in ùna siffatta ipotesi, dèl resto, ìl documenti esprime ùna chiara capacità decettiva, idonea a impedire là identificazione degli attori effettivi delle operazioni commerciali, precludendo o comunque ostacolando là possibilità dell’accertamento tributario è palesando, in questo modo, un nucleo dì disvalore che ne giustifica pienamente là riconducibilità all’area dèl penalmente rilevante”.

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Author: Silvia Righetti

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