Corea del Nord, un calderone in ebollizione

Come noto, un caposaldo della campagna elettorale di Donald Trump ha riguardato la volontà di combattere qualsiasi minaccia che potesse impedire all’America di ritornare ad essere “great again”. Non serve troppa fantasia per immaginare che il programma di rafforzamento balistico-nucleare del regime nordcoreano possa rientrare in questa idea di minaccia alla grandezza dell’America. Comunque, oltre che per la corsa agli armamenti di Pyongyang, la situazione è esplosiva per ulteriori motivi. Innanzitutto, a causa dell’annosa questione coreana, mai sopita e che negli ultimi tempi è andata acuendosi, complice da un lato l’aggressività di Kim Jong-Un e, dall’altro, la crisi politica che affligge la Corea del Sud. Dopodiché, per via delle relazioni Cina-USA, in tensione già dall’amministrazione Obama e del suo “pivot to Asia”, che non pare intendano migliorare con Trump alla Casa Bianca. La Cina ha tradizionalmente svolto il ruolo di protettrice del regime nordcoreano, fin dalla guerra di Corea del 1950, mentre, al contrario, per gli USA la Corea del Nord è sempre stata in cima alla lista degli “Stati canaglia”. Infine, per la posizione della Russia di Putin che, ormai protagonista principale dello scacchiere mediorientale, è direttamente coinvolta dagli scenari del Nord-Est asiatico. Il segretario di Stato USA Rex Tillerson è in visita nell’area demilitarizzata delle due Coree, quando, incalzato dalle domande dei giornalisti, dichiara:

“La pazienza strategica nei confronti della Corea del Nord e del suo programma nucleare si sta esaurendo. L’opzione militare contro Pyongyang è sul tavolo, se l’intensità delle minacce del loro programma di armamenti continuerà ad aumentare”

L’avvertimento, piuttosto esplicito di Tillerson, è stato successivamente suggellato da un tweet di Donald Trump, il quale ha sottolineato il comportamento negativo della Corea del Nord e ha criticato la Cina per aver protetto in questi anni il regime nordcoreano. Ancora una volta sul banco di accusa è il programma di rafforzamento missilistico e nucleare perseguito da Kim Jong Un. Lo scorso 12 febbraio Pyongyang ha testato un nuovo missile balistico a medio raggio, il Pukgukson-2, con gittata di oltre 500km. Si è trattato di un nuovo vettore alimentato da carburante solido e capace di ridurre significativamente il tempo necessario per la preparazione al lancio. Poche settimane dopo, il 6 marzo, la Corea del Nord ha poi nuovamente testato con successo quattro missili a medio raggio, tre dei quali si sono inabissati nel Mare dell’Est, all’interno della zona economica esclusiva giapponese. Infine, il 19 marzo, pare che Pyongyang abbia testato, sotto gli occhi compiaciuti del Supremo Leader, un nuovo tipo di motore ad alta spinta per i propri missili. Quest’ultimo test balistico aggiunge un ulteriore tassello al progetto di costruzione di un missile intercontinentale, in attuazione di quanto annunciato da Kim Jong-Un nel discorso alla nazione di inizio anno. Queste dimostrazioni militari, per quanto già di per sé preoccupanti, rappresentano solo la punta dell’iceberg. La Corea del Nord è ormai da anni una potenza militare, che aspetta il momento opportuno per dimostrare la sua forza dirompente. Il suo esercito è composto da un milione di effettivi, a cui si aggiungono altri 4 milioni di riserva. Ma al di là dei suoi numeri di fanteria, ciò che più preoccupa gli Stati Uniti e gli altri Stati del Pacifico, fra tutti Corea del Sud e Giappone, è l’armamentario nucleare a disposizione del regime nordcoreano.

Le attività di arricchimento del minerale di uranio proseguono da oltre 50 anni e, ad oggi, la Corea del Nord possiede impianti moderni ed efficienti. Tra questi, Yongbyon è il luogo in cui la Corea del Nord produce il plutonio funzionale all’impiego con i missili balistici. Già 11 anni fa, nell’ottobre 2006, Pyongyang dichiarò di aver portato a termine con successo il primo test nucleare. A queste dichiarazioni fece seguito l’adozione di sanzioni economiche da parte del Consiglio di sicurezza, insieme alla richiesta di porre fine al programma nucleare militare. Tuttavia, le misure della massima autorità onusiana non riuscirono a fermare la corsa agli armamenti nucleari, dato che nel maggio 2009 e nel febbraio 2013 la Corea del Nord effettuò rispettivamente il secondo e il terzo test nucleare, sempre con esiti positivi. Nel gennaio 2016, Pyongyang ha dichiarato di aver aggiunto al proprio arsenale la bomba all’idrogeno, notizia che ha scatenato reazioni di ferma condanna da parte della comunità internazionale.

I test missilistici del 12 febbraio, del 6 e del 19 marzo dimostrano chiaramente che la Corea del Nord, dopo gli importanti progressi degli ultimi dieci anni nel campo di proliferazione nucleare, intende avanzare con determinazione nel perfezionamento della propria tecnologia missilistica. La peculiare tecnologia dei missili Pukgukson consente di fare importanti considerazioni. Tali missili sono stati concepiti per il lancio da sottomarini, come ampiamente dimostrato dai vari test avvenuti durante il 2016. Sembrerebbe, dunque, che Pyongyang stia procedendo per conseguire un altro fondamentale punto della cosiddetta “triade nucleare” (missili balistici con base a terra, missili lanciati da sottomarini e bombardieri strategici). Il possesso di una triade nucleare completa consentirebbe alla Corea del Nord di resistere ad un eventuale attacco preventivo diretto a distruggere i suoi armamenti nucleari. Dunque, L’obiettivo è sia offensivo che difensivo, costituendo un forte deterrente per gli Stati Uniti che difficilmente si arrischierebbero in un attacco a Kim Jong Un per poi trovarsi esposti ad una rappresaglia immediata contro le proprie basi in Corea del Sud, in Giappone e nelle isole del Pacifico.

Le recenti attività militari di Pyongyang hanno infiammato ulteriormente la crisi politica che di questi tempi affligge la Corea del Sud. Attualmente, il Paese si trova in uno stato di limbo, dopo che la Corte costituzionale ha messo in stato di accusa il presidente Park Geunhye coinvolta in uno scandalo che la vede accusata di corruzione, estorsione, abuso di potere e rivelazione di segreti d’ufficio. La destituzione del presidente ha inaugurato la fase più acuta della crisi sudcoreana. Visto lo stato delle cose, è molto improbabile che il partito conservatore Saenuri, di cui è massimo esponente l’ex presidente, possa riottenere la vittoria alle elezioni. Alle prossime presidenziali, previste per il mese di maggio, verosimilmente si contenderanno la guida della Repubblica il partito liberale, i cui esponenti contestano l’eccessiva dipendenza strategica da Stati Uniti e Giappone e si dicono disposti ad aprire un canale di dialogo con Kim Yong Un, e il partito democratico, che intende ridiscutere i termini dell’alleanza con gli USA e rivedere la politica di sanzioni contro la Corea del Nord.

Il futuro del triangolo geopolitico USA-Giappone-Corea del Sud è dunque sensibilmente legato all’esito delle prossime elezioni presidenziali. In caso di successo dei partiti d’opposizione, Pyongyang festeggerebbe l’indebolimento dello schieramento nemico, mentre Washington non potrebbe più contare ciecamente su uno dei suoi più fidati alleati del teatro asiatico. Nel frattempo, gli Stati Uniti proseguono nella loro opera di rafforzamento del sistema militare difensivo della Corea del Sud, attraverso l’avvio delle procedure di installazione nella penisola sudcoreana dell’avanzatissimo sistema antimissilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense). Quest’operazione ha suscitato la dura reazione della Cina, la quale considera le manovre militari congiunte tra forze americane e sudcoreane una minaccia alla propria sicurezza. Alla pronta reazione ha tuttavia fatto seguito una dichiarazione più misurata e lungimirante da parte di Pechino, che ha richiamato le parti al dialogo e ha annunciato la propria contrarietà ad un escalation militare nell’area. L’obiettivo di Pechino è certamente quello di evitare che le tensioni sfocino nella ri-nuclearizzazione della Corea del Sud, dato che le testate nucleari americane furono ritirate nel 1991. E se consideriamo il modo in cui Pechino ha reagito di fronte all’avvio delle procedura di installazione del sistema THAAD, la ri-nuclearizzazione di Seul ad opera degli USA sarebbe considerata quasi alla stregua di una dichiarazione di guerra.

Se le anticipazioni dei media statunitensi verranno confermate, Trump e Xi Jingping si vedranno per il primo faccia a faccia il 6 e 7 aprile prossimi, nella tenuta di Donald Trump a Maralago, in Florida. Il meeting, fortemente voluto dal presidente americano, certamente servirà a chiarire le posizioni delle due potenze in merito alla questione coreana. Tra i vari scenari che potrebbero emergere, si può ipotizzare che i due leader trovino un accordo per evitare l’escalation della tensione nella penisola, con la Casa Bianca che si adopera per disinstallare lo scudo THAAD, in cambio dell’impegno di Pechino a esercitare forti pressioni su Pyongyang affinché chiuda il progetto di sviluppo balistico. D’altro canto, per quanto Corea del Nord e Cina siano storicamente amici e alleati, non è accaduto raramente che il regime nordcoreano disattendesse le direttive di Pechino. Se poi consideriamo che il programma di rafforzamento militare è il principale degli obiettivi di Kim Jong-un, è più che probabile che questi respinga le richieste cinesi. In queste circostanze, saremmo punto e daccapo, con una situazione pronta a precipitare.

Potrebbe anche avvenire che Stati Uniti e Cina non trovino punti in comune per un accordo, dunque presumibilmente Washington continuerà a riarmare i suoi alleati asiatici, addirittura fino ad arrivare a dotare il Giappone dell’arma atomica a fini difensivi. Di fronte ad un’ipotesi del genere, però, la Cina reagirebbe con qualcosa di ben più concreto che una minaccia di ritorsioni. A quel punto allora potrebbe entrare in gioco la Russia, per il momento rimasta dietro la quinte, che assumerebbe il ruolo di mediatrice tra le due potenze. Certamente a Putin non dispiace vedere Cina e USA litigare e indebolirsi a vicenda, mentre la sua azione acquisisce una portata sempre più preminente in Medio Oriente. Ma è inverosimile che voglia rischiare un’escalation militare in Asia, per poi vedere a rischio la costa orientale russa. Inoltre, Putin desidera una riduzione della presenza americana nell’area, non di certo un’intensificazione.

Lo status quo ha retto finora, malgrado la sua precarietà, perché in fin dei conti conviene a tutte le potenze coinvolte. Alla Cina, che in caso di rovesciamento del regime nordcoreano dovrebbe affrontare una plausibile riunificazione della Corea con tutte le conseguenze che ne derivano, dalla presenza di truppe Usa a pochi passi dai propri confini, fino alla gestione dei flussi di rifugiati nordcoreani. Agli Stati Uniti, che vivono un momento di transizione e, per quanto ansiosi di dimostrare al mondo di non aver perso la tradizionale leadership, certamente non ardiscono a scatenare un conflitto a tinte nucleari. Alla Russia, che in questi ultimi anni ha occupato una posizione di equidistanza rispetto a Pechino e Pyongyang, perché bisognosa di sicurezza e stabilità nel Nord-Est asiatico al fine di sviluppare i progetti economici e strategici riguardanti la Siberia e le rotte artiche. E, infine, alla Corea del Nord, poiché nonostante l’intenso programma di potenziamento militare, Kim Jong-Un sa che le proprie forze non basterebbero per fronteggiare gli Stati Uniti.

Guerra e sopravvivenza sono spesso due facce della stessa medaglia. Così è per la Co-rea del Nord, che da anni persegue un obiettivo di rafforzamento atomico per un’eventuale ipotesi offensiva, ma soprattuto per garantire la propria sopravvivenza. Non è un caso che il regime dei Kim abbia intensificato il programma nucleare nei primi anni duemila, in seguito all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. L’esito di queste guerre è oggi ben noto: rimozione del regime preesistente e sostituzione con uno filo-occidentale. La guerra alla Libia di Gheddafi nel 2011 e la minaccia di intervento in Siria da parte di Obama nel 2013 hanno certamente dato nuovi stimoli ai piani militari nordcoreani. Le armi nucleari nascono indubbiamente come mezzi d’offesa, eppure nella storia hanno svolto principalmente una delicata azione di deterrenza. I programmi nordcoreani allarmano le nazioni. Ma dietro i proclami altisonanti e le dimostrazioni militari è possibile percepire, e neanche con tanta fatica, la paura di un leader che la storia si ripeta. Ma questa volta, contro di lui.

L’ intellettuale dissidente
Author: La Redazione richiedi consulenza

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