Confermata la vigenza del delitto giurisprudenziale di “Atti sessuali non consensuali”


Confermata la vigenza del delitto giurisprudenziale di “Atti sessuali non consensuali”

Con tale recente sentenza n. 49597, del 22 novembre 2016, la Suprema Corte torna ad esprimersi sulla tipicità oggettiva del delitto di “Violenza sessuale” (art. 609-bis c.p.), attestando – con una chiarezza raramente riscontrata sino ad ora – la oramai consolidata incriminazione giurisprudenziale degli “Atti sessuali non consensuali”. Se invero oramai da molti anni il criticabile mantenimento, da parte del legislatore riformista del 1996, della necessità dell’uso di violenza, minaccia ecc. ai fini della tipicità degli atti sessuali, era stato ‘compensato’ dalla completa smaterializzazione del concetto di violenza (slegato da qualunque riferimento all’esercizio di forza fisica), con la presente pronuncia la Cassazione ha definitivamente chiarito come nel diritto vivente il delitto ex art. 609-bis c.p. non richieda l’imposizione violenta – e nemmeno meramente dissensuale – di atti sessuali, bensì unicamente la mancanza del consenso della vittima agli stessi. Viene inoltre affermato come, in assenza di indici chiari ed univoci di consenso, debba presumersi il dissenso del destinatario degli atti sessuali. Si conferma pertanto ancora una volta – dopo i casi degli atti sessuali repentini, e di quelli insidiosi, peraltro menzionati – l’esercizio, da parte della Suprema Corte, di una funzione di ius dicere/law making, la quale appare senz’altro condivisibile sotto il profilo sostanziale, ma nondimeno si configura come patente violazione del principio di legalità. Appare dunque ineludibile e urgente un intervento legislativo che incentri sul vulnus al consenso della vittima – e non più su violenza, minaccia ecc. – i reati sessuali del codice penale italiano, come peraltro di recente fatto dal legislatore tedesco per lo Strafgesetzbuch con la 50a legge di riforma penale (entrata in vigore il 10 novembre 2016).

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Penale

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