Un po’ di sana economia


 

 

 

 

Gerardo Gaita

 

 

 

 

Ci sono due visioni dell’economia.

La prima afferma che l’economia si deve occupare di quei fenomeni che si generano come conseguenza della ricerca di ricchezza materiale.

In questo caso, l’attività economica è vista come un prodotto che viene concepito dal desiderio di ricchezza materiale.

Si tratta di un approccio psicologistico che porta all’idea dell’homo oeconomicus e alla stravagante conclusione che se si elimina questo desiderio di ricchezza materiale viene meno anche lo stesso oggetto dell’attività economica.

Questa visione è da considerarsi a tutti gli effetti un’alterazione di quello che è in realtà la scienza economica.

La seconda visione, cioè quella conforme alla scienza economica, afferma invece che l’economia altro non è che la scienza degli scambi.

In quest’altro caso, l’attività economica è vista come un prodotto concepito dalla condizione di scarsità.

Economici sono i mezzi e non quindi i fini ultimi dell’azione e l’uomo non è oeconomicus, bensì agens.

La generalizzazione dello scambio è possibile attraverso l’uso del denaro.

Il denaro può infatti definirsi lo strumento per eccellenza, in quanto non possiede un rapporto esclusivo con alcun fine, ma è invece lo strumento che entra in relazione con la totalità dei fini da ciascuno perseguiti.

Poiché la dimensione economica della vita discende universalmente dalla condizione di scarsità, all’interno di questa dimensione niente può essere gratuito, nemmeno l’introduzione di nuova circolazione monetaria anche se temporanea, cioè a credito.

La prima conseguenza dell’introduzione di nuova circolazione monetaria è sempre quella di dare ad alcuni, i primi prenditori della nuova circolazione monetaria, un potere d’acquisto che prima non avevano a discapito di tutti gli altri successivi prenditori.

Per far sì che questa introduzione di nuova circolazione monetaria si tramuti in seguito anche in un aumento effettivo della ricchezza generale è necessario che passi un certo periodo di tempo e che sia indirizzata all’espansione dei beni di capitale.

Se questo aumento effettivo della ricchezza generale non avviene, una volta che il credito sarà stato restituito, ciò che abbiamo ottenuto in tal senso è stato solo la possibilità per alcuni di acquistare beni o servizi che altrimenti non avrebbero potuto acquistare in quel momento, ossia una redistribuzione della ricchezza a favore di alcuni e non un aumento della ricchezza per tutti.

Tuttavia, a sua volta, a limitare la quantità totale di investimenti che può essere condotta davvero con successo, cioè a limitare l’attuazione di strutture di beni di capitale permanentemente sostenibili, vi è il tasso di risparmio reale che si stabilisce in maniera sempre inconclusa nell’intero sistema economico.

Per ricercare e individuare costantemente, attraverso l’intermediazione della moneta, tale tasso, si può decidere tra due regimi: quello della centralizzazione della riserva bancaria e del monopolio degli istituti di emissione o quello della decentralizzazione della riserva bancaria  e della pluralità degli istituti di emissione.

Il secondo regime è una soluzione di libero mercato e ci permette di ridurre la possibilità di squilibri tra investimenti e risparmi più del primo che rappresenta invece un’imposizione per decreto.

Chi non è d’accordo sul seguire la decentralizzazione della riserva bancaria e la pluralità degli istituti di emissione obietta che taluni beni e servizi, tra cui per primo il denaro, devono essere imposti per decreto e sottratti così alla logica di libero mercato, perché un coordinamento spontaneo non emergerebbe o molto difficilmente emergerebbe a causa di costi di transizione – ispezioni, discussioni e negoziazioni, in generale tutto ciò che, direttamente o indirettamente, rientra negli atti preparatori –  troppo elevati.

Vediamo come rispondere a questa obiezione.

Se accettiamo il fatto che ogni essere umano agente compie sempre scelte intenzionali e in quanto tali sempre razionali, dobbiamo accettare contemporaneamente il fatto che nell’istante in cui esso sceglie antepone una possibilità su ogni altra.

Per inciso, affermare che gli esseri umani agenti compiono sempre scelte razionali non significa che ex post non possano rimanere insoddisfatti delle proprie scelte: nessuno è infatti onnisciente, né alcuno può controllare tutti gli esiti che si verificano nella perennemente mutevole realtà storica – quando rimaniamo insoddisfatti delle nostre scelte diciamo comunemente che, alla luce dei fatti, abbiamo avuto un atteggiamento irrazionale o poco razionale.

Dall’anteporre una scelta rispetto ad un’altra non consegue però che si possa valutare in termini quantitativi una scelta rispetto ad un’altra.

In altre parole, gli uomini agenti possono graduare le loro preferenze, ma non possono misurarle, possono consegnare alle loro preferenze una classificazione di tipo ordinale, ma non cardinale.

In base a quanto, uomini agenti sono pertanto in grado di economizzare, ma non sono in grado di massimizzare in senso stretto alcunché.

Ogni azione allora corrisponde alle esigenze soggettive dell’uomo agente che la mette in pratica e non c’è modo di dimostrare ex ante che un potere organizzatore della società che prende decisioni in assenza di soluzioni di libero mercato, possa avere quella conoscenza necessaria per porre in essere costi di transizione più profittevoli per quelle esigenze soggettive che ogni singolo uomo agente cerca di soddisfare.

Ne consegue il fatto che non esiste la possibilità di realizzare rigorosamente alcuna comparazione interpersonale dell’utilità.

In questo contesto, i prezzi sono chiaramente strumenti utili in quanto orientano l’uomo agente nella sua scelta tra diverse opzioni alternative, ma poi la scelta dipende da tutta una serie di personali valutazioni psichiche che non possono essere oggettivamente misurabili.

Il processo competitivo, al pari di ogni altro processo, non ci porta quindi a una massimizzazione in senso stretto di un qualche risultato oggettivamente misurabile, però certamente ci conduce all’uso di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altro processo.

Di qui la giustificazione economica per sostenere la decentralizzazione della riserva bancaria e la pluralità degli istituti di emissione e non la centralizzazione della riserva bancaria e il monopolio degli istituti di emissione, il cui sostegno sottintende in fine ultimo il raggiungimento dell’obiettivo del dissolvimento del concetto di valuta avente corso legale imposto in linea di principio coincidente con il territorio di una nazione.

Un ordine sociale fondato su una forte difesa dei diritti di proprietà privata e pertanto su una effettiva libertà di scelta ci tende a far operare in maniera più attenta e non impedisce affatto il formarsi di iniziative e infrastrutture collettive, anzi tende a orientare questa formazione verso una selezione più corrispondente alla perennemente mutevole realtà storica.

In situazioni eccezionali, come, ad esempio, in tempo di guerra o nelle fasi di una calamità naturale di una certa portata, ha un senso economico sacrificare per un certo periodo di tempo la libertà di scelta per renderla più salda in futuro: la subordinazione di quasi ogni cosa al bisogno contingente e pressante diviene infatti il prezzo da pagare per preservare nel lungo periodo la stessa libertà di scelta.

Tuttavia, sacrificare la libertà di scelta in modo sistematico nell’interesse di un’impostazione del potere organizzatore della società centralista è cosa ben diversa e non trova alcun vero senso economico.


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Rischio Calcolato
Author: Lo Ierofante

CommercialistaDiRoma.Com