La collina dei sogni


Cosa direbbe il curioso lettore di Lovecraft se scoprisse che tra i maestri dello scrittore di Providence c’è un autore gallese poco conosciuto in Italia, se non dagli appassionati del genere? E cosa direbbe se desse un’occhiata alla meravigliosa (dentro e fuor di metafora, macbethianamente) opera di Arthur Machen La collina dei sogni? Ebbene, la reazione sarebbe poco scontata. Il testo, edito in lingua inglese nel 1923 e pubblicato per la prima volta in versione integrale dalla casa editrice il Palindromo di Palermo, non appartiene di preciso alla letteratura horror.

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Dopo una prima edizione italiana non completa del 1988, l’idea di ripresentare al pubblico italiano una versione completa, aggiornata nella traduzione e nell’apparato critico, è venuta in mente a Giuseppe Aguanno, direttore della collana I tre sedili deserti (palindromi dovunque!). Apre l’opera un saggio introduttivo di Gianfranco de Turris che anticipa quello in appendice di Claudio De Nardi, traduttore della prima edizione in italiano. De Turris scrive:

Un’opera molto particolare a metà strada fra il realistico e l’onirico, il presente e il passato, che ben delinea le prospettive di questo autore del Galles, impregnato della cultura celtica delle proprie origini, cui si mescola però in modo indissolubile il retaggio romano, pagano e cristiano.

Scorrendo le pagine del romanzo si ha la netta impressione di perdersi assieme a Lucian Taylor, il protagonista, in immagini inquietanti che si accompagnano a magiche cavalcate in un mondo alieno sia alla vita monotona e avvilente di Caermaen: piccolo borgo nel quale Lucian, figlio di un pastore anglicano, conduce la sua esistenza tra le chiacchiere noiose della “buona società”, sia alla vita annaspante condotta tra le mura di una squallida casa londinese.

Notte stellata - Edvard Munch (1922)

Notte stellata – Edvard Munch (1922)

L’unico modo per evadere da questa fanghiglia mondana è scappare sulla collina dei sogni, luogo aspro e selvaggio, metafora di un percorso di purificazione: lo spirito che si purifica, che libera il vero io è quello che, a sua volta, purifica, ovverosia rende oro la realtà che circonda il corpo. Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose, scriveva Giordano Bruno nel De imaginum compositione. C’è, nelle pagine di Machen, un simbolismo ermetico-alchimico che coglie impreparato il lettore poco avvezzo a tale materiale.

La collina è dominata, alla sommità, da un forte romano presso il quale Lucian si reca o verso il quale rivolge i suoi sogni, paralleli alla vita che conduce: il forte riemerge in tutta la sua vitalità al suono di una tromba che evoca i passi tuonanti dei legionari romani e dei campi di battaglia, e spesso Lucian fantastica tra le vie e le taverne della città rinata, viva nei suoi sogni, e dunque reale.

Studio per bufera - Teodoro Wolf Ferrari (1878-1945)

Studio per bufera – Teodoro Wolf Ferrari (1878-1945)

Non ci inoltreremo ancora negli abissi mentali di Lucian. Il lettore che prenderà in mano questa opera sprofonderà nelle memorie di un personaggio affranto, distrutto; una confessione di amara esistenza che termina con un cupo sonno. Un romanzo metaonirico e metapsichico. Sono diverse le chiavi con cui si può accedere al mondo di Lucian. E tuttavia ogni capitolo è un mondo a sé, la storia di un percorso di crescita o, forse, di un grande fallimento, esistenziale e spirituale. Nessuna risposta certa. Di stabile c’è solo, per crudo paradosso, la sua inquietudine, che poi è la stessa di Arthur Machen, vittima, come il suo alter ego, del furto di un proprio scritto. Tormentata angoscia, passiva accettazione e poi ancora angoscia. Scrive Machen nell’introduzione al romanzo:

A quel punto mi chiesi perché mai non avrei potuto scrivere una sorta di Robinson Crusoe dell’anima. Decisi di fare proprio così. Avrei sviluppato il tema della solitudine, dell’isolamento, del distacco dall’umanità ma, anziché su un’isola deserta, il mio eroe avrebbe vissuto la propria clausura nel cuore di Londra, tra folle di migliaia di individui. Sarebbe stata una solitudine dello spirito, poiché l’oceano che lo circondava, estraniandolo dai propri simili, corrispondeva a un vuoto spirituale. Era una condizione che conoscevo piuttosto bene, avendola sperimentata di persona. Per due anni avevo patito le angosce della solitudine nella mia piccola stanza in Clarendon Road, nei pressi di Notting Hill Gate, quindi sapevo come trattare l’argomento. Sentivo di aver trovato il nocciolo della questione e tornai subito al lavoro.

È un’angoscia che apre ad una matura possibilità di comprensione della propria esistenza: comprensione della finitudine, diremmo con Heidegger. E non è detto che il romanzo non si possa leggere in questa chiave. Dopo aver deposto negli scaffali le quasi trecento pagine, il lettore rimarrà con l’amaro in bocca. Un romanzo che fa meditare, che non dà apparenti risposte ma pone interrogativi. La perdita degli affetti più cari e la lancinante solitudine di Lucian sono solo piccoli passi di un grande incubo che terminerà nel modo più tetro. Ed il lettore, forse insieme a Lucian, si desterà dal turbamento per l’addio finale o per il prossimo arrivederci. Ave atque vale.

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L’ Intellettuale Dissidente
Author: Ippolito Emanuele Pingitore

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