Ci risiamo… un’altra volta


di Francesco Simoncelli

L’esperienza nel proprio campo d’indagine è un asso nella manica per chi cerca di divulgare un determinato messaggio. L’esperienza non solo insegna a comunicare in modo appropriato le idee, ma permette a colui che le diffonde di raccoglierne di nuove e selezionare quelle che più si adattano alla comunicazione del messaggio. Per quanto riguarda la scienza economica, il miglior luogo dove costruire la propria esperienza è lì dove si svolge la sua azione: tra gli attori economici. Non è un caso se, ad esempio, il mio primo libro, L’economia è un gioco da ragazzi, è nato durante una visita al mercato rionale locale. Allo stesso modo, l’articolo attuale è nato dopo aver ascoltato una conversazione casuale per strada. In realtà, la natura della conversazione è alquanto comune: il denaro e le banche. Più in particolare come queste ultime tendano a “rubare” denaro dalla gente comune.

In fin dei conti sono ragionamenti semplici, ma ben sedimentati alla base della nostra società. Tra la gente comune pochi non proveranno un certo astio nei confronti del sistema bancario. Perché? Perché percepiscono qualcosa di sbagliato. Cosa? Non lo sanno. A questa domanda la maggior parte delle volte i voli della fantasia compiono delle contorsioni davvero peculiari. Perché? Perché mancano le basi attraverso le quali strutturare un ragionamento logico in accordo con la realtà. La maggior parte delle persone tende a colmare questa lacuna con delle semplici invettive, ma in questo modo preclude alla propria comprensione di seguire quella strada che lo porterà a scoprire alternative alla condizione sfavorevole percepita.

La domanda fondamentale da cui cominciare è solo una: cos’è il denaro? La merce più commerciata all’interno di un ambiente economico. Scelta da chi? Scelta dalle azioni degli attori economici che, commerciando liberamente, attraverso le loro azioni fanno emergere quella merce che potrà essere definita denaro. Più che di una necessità si tratta di un progresso che la società compie grazie al quale aumenta la specializzazione del lavoro al suo interno e migliora due dei parametri tenuti più in alta considerazione (tempo ed efficienza). Non è un caso, infatti, che l’economia monetaria sia comparsa successivamente a quella del baratto; e non è nemmeno un caso che lo scambio indiretto abbia necessitato di ulteriori sofisticazioni affinché evolvesse e sfornasse una merce definita “denaro”.

Quest’ultimo, infatti, non è affatto un qualcosa che ha un’origine sconnessa dalle scelte degli individui. Non può essere approvato per decreto. Solo gli attori economici in base alle loro priorità e set di valori possono infondere valore in quelle merci che più ritengono idonee a conservare gli sforzi che hanno compiuto attraverso il loro lavoro. Non dovendo più vivere alla giornata e con una merce che conservava il valore, potevano ampliare i loro orizzonti temporali e quindi produttivi, impegnandosi in progetti più lontani nel tempo e che avrebbero dato non solo più soddisfazioni dal punto di vista della ricchezza reale, ma anche del benessere. Passo dopo passo, non solo sono cambiate le condizioni economiche, ma soprattutto la mentalità, L’imprenditoria è fiorita, così come l’economia monetaria. Sono imprescindibilmente legati.

Il denaro, quindi, è il filo che lega insieme il tessuto produttivo. Cosa succede quando una entità centrale si arroga il diritto di decretare quale merce debba essere denaro? L’orizzonte temporale si accorcia e la società soffre una regressione, o come minimo una stagnazione a causa della miopia economica di un gruppo ristretto d’individui. Uno dei casi più recenti di questa miopia ce lo abbiamo in Venezuela, dove il governo di Caracas ha praticamente strappato il tessuto produttivo arroventando in modo sconsiderato la stampante monetaria del Paese in modo da nascondere gli errori economici sedimentati fino ad oggi. L’iperinflazione del bolivar è una realtà e gli attori economici stanno ricorrendo ad alternative per riaffermare il loro ruolo nell’ambiente economico.

Le criptovalute, infatti, sono il modo attraverso il quale le banche centrali e il sistema bancario commerciale a riserva frazionaria stanno venendo spodestati. La retorica della stabilità economica sta cadendo a pezzi sotto i colpi inferti dalla realtà delle cose: è impossibile operare un calcolo economico accurato in un ambiente permeato da interventi centrali che lo offuscano. Anche perché la creazione delle banche centrali non ha fatto altro che portare instabilità economica, mediante un percorso continuato lungo la strada dell’indebitamento… per non parlare del finanziamento delle guerre.

Grazie al monopolio sul denaro, un gruppo ristretto d’individui può operare un controllo sociale sul resto della popolazione. In questo modo viene ridistribuita una quantità di risorse enormi verso coloro che sono all’apice di questa struttura top-down.

L’EFFETTO CANTILLON

Questo effetto ridistributivo venne inizialmente descritto dall’economista franco-irlandese Richard Cantillon, durante l’inflazione dei prezzi scatenata dal sistema monetario fiat di John Law. In maniera semplice, Cantillon diceva che coloro che erano tra i primi ricevitori del denaro di nuova creazione vedevano aumentare i loro redditi, mentre gli ultimi vedevano diminuire il potere d’acquisto del loro denaro dato che l’inflazione dei prezzi lo erodeva.

Ludwig von Mises fu il primo economista ad incastonare l’Effetto Cantillon con la teoria dell’utilità marginale. Sulla scia di un aumento dello stock di denaro, i primi ricevitori vedono aumentare i loro saldi monetari e in risposta diminuiscono la loro domanda per il denaro e aumentano quella per beni e servizi. I prezzi di questi ultimi salgono e in contemporanea anche i saldi monetari di coloro che li vendono. Man mano che l’espansione monetaria raggiunge i vari settori dell’economia, l’inflazione dei prezzi aumenta la sua portata.

Al giorno d’oggi il settore bancario centrale ha un canale di trasmissione praticamente diretta con il sistema finanziario per quanto riguarda la politica monetaria. Le banche commerciali ed altri istituti finanziari non solo ricoprono il ruolo di ricevitori primi, ma sono in grado di piramidare i nuovi fondi sui vari prestiti elargiti ai clienti. Attraverso la riserva frazionaria possono godere, di conseguenza, di un doppio privilegio di cui nessun altro può godere nella società. Saccheggiare il bacino dei risparmi reali diventa un’attività legittima e protetta dal cartello del sistema bancario centrale.

Il primo grafico è eloquente: la differenza di reddito tra il cosiddetto 1% e il resto della popolazione è aumentato. Questo perché gli attori di mercato più facoltosi tendono a conservare la propria ricchezza all’interno dei mercati azionari ed obbligazionari, a differenza del resto della popolazione che preferisce asset più tangibili (es. liquidità, immobili, ecc.). Di conseguenza a seguito delle recenti politiche monetarie non convenzionali essi ne hanno beneficiato di più, mentre invece il cosiddetto 99% ha pagato il conto. Il sistema bancario commerciale, infatti, a seguito degli errori economici sedimenti durante i cicli economici precedenti, non ha avviato un’espansione del credito all’economia più ampia, tenendo “segregata” la liquidità creata dalle banche centrali nel circuito finanziario.

In questo contesto il secondo grafico è significativo: il pattume azionario è arrivato a costare tanto quanto i bond considerati “sicuri”. La manna monetaria ha abbassato talmente tanto i rendimenti dei vari strumenti finanziari che gli investitori si sono gettati su di tutto pur di staccare un minimo di profitto dalle loro scommesse. Inoltre questi asset possono essere posti come garanzia per altri prestiti e ciò che ne risulta è un groviglio fitto di passaggi in cui non si capisce più cosa è posseduto da chi. Ma i bilanci salgono e l’artificialità dell’attuale ambiente economico permette una ridistribuzione della ricchezza verso l’apice.

Tuttavia la maggior parte degli economisti ignora l’effetto dell’inflazione dei prezzi. In virtù del fatto che non sono posseduti dalla maggior parte delle persone, non vengono conteggiati nei calcoli dell’IPC e quindi viene sconnesso il legame tra inflazione dei prezzi e aumento dell’offerta di denaro. Nessuno degli economisti mainstream ne parla. Milton Friedman, ad esempio, non ne parlava nei suoi libri. Questo errore spinge a sottostimare o, peggio, ignorare gli effetti dell’inflazione sulla disuguaglianza economica. Non è un caso che, ad esempio, durante la Grande Depressione degli anni ’30 i prezzi al consumo fossero relativamente stabili, mentre invece quegli degli asset fossero schizzati in cielo (come documentato da Murray Rothbard in America’s Great Depression).

La giustificazione del “dover fare qualcosa a riguardo” ha scatenato i peggio orrori nell’economia più ampia, portando ad una disuguaglianza crescente. Non solo, ma ha impedito de facto una ripresa effettiva.

Individuare in modo peculiare laddove risiede il problema alla base della nostra condizione economica stagnante è il primo passo per comprendere cosa ci sia di sbagliato e come porvi rimedio. Quindi senza incolpare a vanvera fantasmi o feticci, bensì avere ben chiaro la fonte delle distorsioni. Avendo chiarito ciò possiamo chiederci: se quindi il denaro è stato imposto in modo forzoso da una tirannia della minoranza, qual è stato quello concordato dalle scelte degli attori economici e come ritornarci?

L’oro e i metalli preziosi hanno ricoperto il ruolo di denaro genuino e sonante prima dell’avvento delle banche centrali. Essendo difficili da manipolare sono stati lentamente spodestati dall’immaginario collettivo e sostituiti con un surrogato (denaro cartaceo). Tra l’altro l’oro è ancora un asset considerato di valore da parte delle banche centrali e commerciali, sebbene in pubblico dicano il contrario. In altre parole, il denaro è il vero contratto sociale, strappato dallo stato e sostituito da una sua versione fantasiosa insita nelle inutili costituzioni.

Ciò non è avvenuto senza conseguenze. La disconnessione tra economia reale ed economia pianificata sta facendo emergere fratture su fratture, e le politiche monetarie sempre più allentate ed aggressive hanno piantato i semi della prossima crisi.

RAGIONAMENTO LOGICO PRIMA…

Infatti la teoria Austriaca ci suggerisce che è proprio l’intervento della banca centrale, attraverso la manipolazione del tasso d’interesse di riferimento, il prezzo più importante in un’economia capitalistica, ad aver promulgato e peggiorato questa disconnessione. Lo scopo del controllo sociale è finito per sfuggire di mano, così come lo stesso Mises documentava in Economic Calculation in the Socialist Commonwealth e in Planned Chaos. La pianificazione centrale di un’economia porta inevitabilmente ad un bust; un’economia “mista”, o l’intervento positivo nelle sue meccaniche, la incanala in un ciclo economico purgativo che ha il compito di pulire gli errori che si sono accumulati nel tempo e limitare tale interventismo.

Questi interventi che manipolano il tasso d’interesse di riferimento attirano imprese e consumatori in decisioni economiche fasulle: le prime ritengono percorribili investimenti che in un’economia senza ostacoli sarebbero stati improduttivi, mentre i secondi contraggono debiti su debiti credendo di poter vivere oltre i propri mezzi. La combinazione di questi fattori crea la cosiddetta “tempesta perfetta”.

Qui tornano in scena le banche centrali, le quali, invece di permettere il processo di pulizia, attuano politiche anticicliche che fanno sedimentare gli errori economici del passato (rendendoli strutturali anziché ciclici) e ne creano di nuovi. Quelle imprese e istituti finanziari che vengono protetti con la rete di sicurezza delle banche centrali, continuano a sfornare produzione per cui esiste una scarsa o nulla domanda, impedendo a quelle esistenti o nuove di fornire quei prodotti che più sono richiesti realmente dagli attori economici. Il bust viene tramutato “magicamente” in boom e tutti credono che il ciclo economico possa essere “sconfitto”.

La verità è che si acuiscono le conseguenze della crisi successiva. Nel caso specifico, si sventola il feticcio della creazione dei posti di lavoro. No, queste politiche non stimolano la creazione di posti di lavoro, né lo fanno le amministrazioni pubbliche. Il parlamento può approvare leggi che si presuppone creino posti di lavoro, ma tutto ciò che fa in realtà è prendere denaro da una fetta della popolazione e darlo (arbitrariamente) ad un’altra. Si tratta pertanto di posti di lavoro fasulli che non esisterebbero in un mondo di libera interazione tra domanda e offerta. Senza i mercati che determinano i prezzi, la concorrenza che accompagna alla porta gli inefficienti e il meccanismo profitti/perdite che premia/punisce, non c’è modo di sapere se tali lavori sono degni d’essere svolti o meno. Ecco perché i lavori “creati” dalle sale parlamentari finiscono per essere lavori incapaci di produrre ricchezza reale: tolgono risorse e denaro dall’economia reale andando a ridurre il numero di lavori reali.

Il processo di normalizzazione dei tassi d’interesse non farà altro che smascherare questa illusione ed altre illusioni. Ad esempio, le vette folli raggiunte dal mercato azionario le quali non sono supportate dai fondamentali economici; l’ingegneria finanziaria che è prosperata sulla scia dell’annullamento del rischio nel mercato azionario; la bolla delle obbligazioni sovrane; la bolla dei prestiti agli studenti; il buco nero cinese, ecc.

Più in fretta le banche centrali invertiranno le loro politiche, più velocemente il boom si trasformerà in bust. Allo stesso modo, tanto più le banche centrali terranno soppressi i tassi d’interesse, tanto più gli investimenti improduttivi si addenseranno e tanto più severo sarà l’aggiustamento inevitabile successivo. È per questo motivo che i rialzi dei tassi saranno decisamente lenti nel tempo e si “parlerà molto” prima di attuare politiche restrittive concrete. La bolla più pericolosa è quella delle obbligazioni sovrane, poiché le banche centrali ne hanno fatto enorme incetta per salvaguardare le finanze di stati finanziariamente alla canna del gas e ormai a secco di fondi a causa della continua erosione del bacino della ricchezza reale negli anni passati.

La verità, quindi, è che le azioni delle banche centrali hanno posto l’economia mondiale sulla strada verso l’inflazione, emettendo quantità crescenti di denaro scoperto per coprire gli errori del passato. Il gioco di prestigio è riuscito: il contratto sociale è stato scambiato con le costituzioni dei vari stati, distogliendo l’attenzione dal denaro fiat. Ma una truffa rimane pur sempre una truffa.

…SOLUZIONE POI

Di conseguenza emanciparsi dalla truffa rappresenta l’unico modo per sottrarsi al continuo saccheggio di risorse. La dimostrazione empirica che il denaro emerge spontaneamente dalla libera interazione degli attori economici, e non come strumento sociale imposto dall’alto, è stata la nascita delle criptovalute tra cui bitcoin è quella più conosciuta. Nonostante tale mondo sia stato caratterizzato inizialmente dall’incredulità e dallo scetticismo, ad oggi vanta una capitalizzazione di mercato che supera ampiamente i $100 miliardi. Nello specifico esse incarnano le tesi proposte da Hayek nel suo meraviglioso saggio, La scelta della valuta: valute concorrenti che “gareggiano” per essere adottate.

Dal momento che non esistono barriere all’entrata, il loro valore fluttua in accordo con la domanda e l’offerta. Non solo, ma anche in base al servizio che possono fornire come mezzo di pagamento e la loro credibilità come riserva di valore. La proliferazione delle criptovalute è un banco di prova per quello che probabilmente sarà il denaro del futuro. Il denaro, molto più della democrazia, incarna l’essenza del contratto sociale. La sua legittimità deriva dalla sua libera accettazione da parte di tutti gli attori di mercato e l’attuale manipolazione provoca inevitabilmente il declino della società.

Capite, quindi, l’importanza del denaro emancipato dal controllo centrale e poiché in tal modo fa emergere “equità” sociale? Esso promuove la cooperazione e gli scambi pacifici tra gli esseri umani, indipendentemente dalle loro opinioni, dal sesso, dall’origine o dalle preferenze. È il conduttore che regola l’azione umana.

Chiunque voglia sopprimere queste caratteristiche e trarne vantaggio in modo parassitario, è pronto a sostituirlo con un’economia pianificata con coorti di burocrati che lo impongono con la forza. Infatti le peggiori tirannie sono quelle in cui gli attori di mercato sono privati della loro moneta. E sebbene il denaro venga regolarmente accusato di essere la radice di ogni male, troppo spesso è la vittima di coloro che lo controllano. Invece di incolpare il denaro, bisogna incolpare coloro che lo corrompono.

La libertà di scegliere la valuta è la migliore garanzia per avere denaro sonante in una società libera.


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Rischio Calcolato
Author: Francesco Simoncelli

CommercialistaDiRoma.Com